Tragedia barocca in salsa “postmoderna”


La tragedia di San Lorenzo è d’epoca barocca, sia come impianto, sia come stile, pur rifacendosi alle “rappresentazioni sacre”, le cui origini sono medioevali. Sono i “misteri”, nei quali, come scrisse Guénon1, si “riecheggiano” dei temi persino metafisici. Ma l’apparenza che, ormai da tempo, ha rivestito è nettamente barocca. Lo stesso linguaggio lo testimonia, “oltre ogni ragionevole dubbio”. Il regista, Giuseppe Vozza, vi ha inserito delle aggiunte “attuali”, relative soprattutto al rapporto, controverso ma fecondo, tra “Romanità” e “Cristianità” nascente. Si distingue qui fra “Cristianesimo”, che è una religione, e “Cristianità”, che è un fenomeno culturale, complesso, come, per diverse vie, lo è la “Romanità”. Nella “Cristianità”, difatti, confluisce senza dubbio il Cristianesimo, ma pure molto altro. Mutatis mutandis per la Romanità (ovviamente, ciò che confluisce non è per niente simile, ma la complessità delle stratificazioni è il fenomeno simile). Ma veniamo alle musiche.
Qual è stato il “
Criterion” che mi ha fatto suggerire determinate musiche piuttosto che altre (ovviamente, la decisione finale è del regista)? Il “Criterion” è stato questo: su di una base barocca, inevitabile, vista la natura della tragedia, aggiungere “altro”, con ottica “postmoderna”. Quindi, “mescolare” a musiche barocche altre musiche. Ma qual è stato il “Criterion”, di nuovo, di scelta di queste “altre musiche”? Due lati del “Criterion”: da un lato, quello di enfatizzare la “spettacolarità”, lato sensu, della tragedia barocca, quindi musiche “teatrali”, romantiche, filmiche; dall’altro, l’aspetto spirituale, quindi musiche “medievalizzanti” o proprio medioeval-rinascimentali. Per “miscelare” il tutto, son presenti dei compositori fra il barocco ed il romantico, come Mozart (1756-1791) e Haydn (1732-1809), diciamo “classicistici”. Infine, la presenza di due canzoni di Battiato (marzo 23, 1945): “Il Re del Mondo” e “Pasqua Etiope”, da “L’era del Cinghiale Bianco” (del 1979), come interevento del relativamente “contemporaneo”, una musica più “leggera” che potesse, però, in qualche misura, essere “congruente”, sebbene in modo “lontano”. Un compositore italiano novecentesco riempie certi spazi: è Nino Rota (1911-1979), noto autore delle musiche di Fellini (1920-1993) ma molto meno noto autore di musiche non da film2. Come compositori barocchi, sono presenti: Händel (1685-1759), Corelli (1653-1713), Boccherini (1743-1805), J. S. Bach (21 marzo 1685-1750), Tartini (1692-1770), Vivaldi (4 marzo 1678-1741).
Per quel che riguarda il primo aspetto, si sono scelti, in particolare, musiche tratte da “Il Gladiatore” (del 2000), da R. Wagner (1813-1883), da M. Mussorgskij (1839-1881), Janáček (1854-1928). La colonna sonora de “Il Gladiatore”, vincitrice di un prestigioso premio, è di Hans Zimmer (settembre 12, 1957) e Lisa Gerrard (aprile 12, 1961), la cui voce sa essere molto particolare. Hans Zimmer è un noto compositore tedesco di musica da film. Taluni suoi passi s’ispirano chiaramente a Wagner, altri sono “medievalizzanti”, e rientrano nello stile della Gerrard. La Gerrard, australiana, ha collaborato attivamente al gruppo dei “Dead Can Dance”, fondato in Australia dal londinese d’origine irlandese Brendan Perry (giugno 30, 1959). Si tratta di un gruppo il cui scopo è stato sia il recupero di sonorità medioevali e popolari nordiche, sia la rielaborazione, anche in chiave “rock progressiva”, di tali stimoli musicali. I Dead Can Dance si sono dati anche ad una ricerca di strumenti medioevali od etnici. Quindi, per “assonanza di voce”, si è scelto un cd di questo gruppo, sempre con la Gerrard alla voce, intitolato “
Aiòn”, “Eone”, dove la ricerca medioevale e “medievalizzante” si presenta molto chiara e netta. Come musica proprio medioevale, a parte taluni canti gregoriani come introduzione e taluni canti provenzali, si è scelto un “cd” molto importante: “Passage”, che presenta musiche medioevali e rinascimentali ma eseguite da fiati, molto ben suonati, e qualche voce. Da segnalare, nelle esecuzioni di questo memorabile “cd”, sia il Primo Inno Delfico, sia il “Peccantem me quotidie” di Carlo Gesualdo detto Gesualdo di Venosa (8 marzo 1566-1613), oltre che brevi frasi musicali, tra le quali si ricorda uno “Scandinavian Chant”, “Canto Scandinavo”, reso con i fiati e che ricorda il richiamo che facevano le navi nordiche quando si avvicinavano alla terraferma. Per finire, talune musiche di origine celtica (tratte da varie raccolte di “Keltika”), dal motivo semplice, talvolta riarrangiate, scelte sempre perché “medievalizzanti”. Per la serata finale, di “Premiazione”, oltre a Tartini e, poi, altre musiche d’autori barocchi, si è scelta, con un po’ d’ironia, “Pompa e Circostanza”, la famosa marcia di E. Elgar (1857-1934), compositore romantico. L’espressione “Pompa e Circostanza” è presa da Shakespeare (“Orgoglio, Pompa, e Circostanza di guerra gloriosa”, Otello, Atto III).
Veniamo, a questo punto, dopo aver rapidamente mostrato le scelte musicali d’accompagnamento alla tragedia barocca in questione, a parlare brevemente dell’altra parte del titolo, l’aggettivo “postmoderno”. Il discorso qui si fa davvero
lungo, ed è possibile solo accennarlo. La qualifica di “postmoderno” nasce precisamente dall’accostamento di musiche di periodi, in realtà, tanto distanti e di culture differenti. Un medioevale non si sarebbe affatto riconosciuto in un barocco e viceversa. Quanto ai romantici compositori “teatrali”, non si riconoscevano in nessuno dei due, con la differenza che la tendenza “teatrale” romantica, in ambito musicale, continua viva ancor oggi nella musica da cinema, mentre ben pochi si dilettano a comporre musica barocca o medioevale: piuttosto, se ne riecheggiano dei temi, però “modernizzati”, come si è detto a proposito del gruppo che ha inciso “Aiòn”. Ebbene, questa mescolanza è la caratteristica del tempo attuale che ha bruciato le differenze temporali e tutto schiaccia in un presente apparente. Baricco, ne “I barbari” (“La Repubblica” 2006), oltre a tanti altri temi3, per spiegare questa fase che si vive da vent’anni e più, di accelerazione e mescolanza, di perdita dei limiti e di abbassamento generale, soprattutto di cambiamento del rapporto con il passato4. Nel postmoderno, il passato diventa un’immensa cava dove le differenze di epoca tendono ad annullarsi, di qui la scelta di accostare cose molto diverse. Nella parte finale del libro, intitolata significativamente “La Grande Muraglia”, oltre a varie considerazioni, Baricco si chiede se si possa davvero resistere alla mutazione che ormai si è fatta strada anche nella gestione dei musei. Giustamente osserva che oggi, nella cultura, si fa lo stesso che nelle città: “Lo vedete il maligno istinto a reagire all’aggressione dando in pasto i peones più deboli e intanto ritirando la parte nobile dell’esercito nel lusso di blindate roccaforti? Errore strategico, perché se lasci arrivare il barbaro sotto le mura, poi quello le scavalca, o trova la feritoia, o compra il traditore” (ibid., p. 211). Così è impossibile “tramandare” (= “traditio”) nulla della civiltà. Il “nodo” sta nel “decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell’incertezza di un viaggio oscuro. (…) E’ un lavoro raffinato. Una cura5. Nella grande corrente mettere in salvo ciò che ci è caro. E’ un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che ci salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo” (ibid., p. 235). Ecco perché non si deve aver timore di lasciare che le cose fuoriescano dagli schemi nei quali un altro tempo le aveva concepite, perché ridiventino se stesse, in un tempo nuovo. Diventare se stesse non è compito che si esaurisca, ma dev’essere sempre rinnovato ad ogni mutazione della storia. Immutevole perché muta, non immutabile perché rigido, dunque debole, pesante, che si frantuma, quindi, a terra. Ma che c’entra tutto ciò con la giustificazione di aver mescolato musiche d’epoche diverse, cosa che si tende a fare sempre oggi? Lo si fa inconsapevolmente, prima cosa. E, seconda cosa, in se stesso, questo tema c’entra molto alla lontana con la questione della scelta delle musiche. Ma, se andiamo oltre al caso presente, allora è come un segno, una “traccia”, una piccola “pietra miliare”, che non fa nient’altro che segnare un cammino, sul quale essa pietra non va: quindi non si tratta di seguire una “falsariga”, ma solo di comprendere una direzione, un “senso”. Ed “andare oltre”.

Andrea A. Ianniello



(1)
Da un capitolo di “Considerazioni sull’iniziazione”, di R. Guénon, dove si sviluppano molte considerazioni su tale simbolismo.

(2) Preme sottolineare, fatto poco noto, che Nino Rota era un grande estimatore delle letteratura ermetica ed un suo notevole collezionista di tesi antichi ermetici od ermetizzanti, la qual cosa, ovviamente, non lo trasformò in un “ermetico”, ma solo in un appassionato della “scienza sacra”, della “gaia scienza”. Si precisa che è stata scelta una sua musica non filmica.

(3) Per esempio, ho particolarmente apprezzato il significativo discorso sul vino, molto giusto, tanto più importante in quanto: “Il vino segue il vincitore, come la sua ombra” (A. Scarano,
Luxuria. Grammatica della cucina mediterranea, Bompiani 2006, p. 278). Ed ecco il “vino hollywoodiano”, “americanizzato”.

(4) In particolare, con la musica “classica”, quella che qui si è “accostato” ad altri generi. Giustamente, Baricco afferma che ciò che oggi si chiama “classico”, in realtà è musica romantica dell’epoca dei fasti della borghesia, del nazionalismo e dell’ “anima”, anche “nazionale”. Insomma, Beethoven, Mozart come precursore, ma la musica che venne prima di Mozart, quella davvero barocca, aveva lo stesso scopo di voler esprimere l’ “anima” ed il “sentimento”? Nient’affatto, ed ascoltandola senza i pregiudizi che l’avrebbero seguita, ci si accorge subito che così è. La ricerca della “profondità” e dell’ “autentico” vi è sacrificata al gioco immediatamente sonoro, al rapporto fra le sonorità, cosa che in Bach diventa una sorta di architettura sonora che ricorda molto l’ “apollineo” di Nietzsche. Ad ogni mutazione della storia, ricorda Baricco, anche il giudizio sull’importanza degli artisti e pensatori che ci hanno preceduto, sebbene sia “vero che ci sono vette che praticamente nessuna mutazione ha cancellato dal paesaggio dei viventi. Le chiamiamo: i classici. (…) Ogni volta che ci si è spostati, erano ancora là, incredibilmente. Per ragioni segrete, o per una forma vertiginosa di capacità profetica che sapeva immaginare non un nuovo mondo, ma tutti i nuovo mondo possibili: in essi era inscritta qualsiasi mutazione” (A. Baricco,
I barbari, Edizioni “La Repubblica” 2006, p. 221). Per esempio, Dante, o Leonardo, Shakespeare, Omero e pochi altri ancora, Aristotele o Platone fra i pensatori, e l’elenco si potrebbe riempire, ma non è grandissimo, se ci si pensa bene. Ora, non tutta la musica che oggi si definisce “classica”, poiché si vive ancora dell’ombra calante del romanticismo, anche politico, lo è davvero. Spesse volte, la musica barocca resiste alle mutazioni storiche meglio di quella romantica. Ovviamente, anche qui ci sono “cime”, vette “immutabili” nel mutamento, ma, di nuovo, sono meno di quanto si crederebbe.

(5) Non la mera condanna, superficiale, che fa giungere “i barbari” sotto le apparentemente ben turrite mura, in realtà deboli, come la famosa Grande Muraglia, che non arrestò mai nessun barbaro, o la Linea Maginot, che non ne arrestò affatto un altro.
Basta aggirare le muraglie. Lezione valida in tutti i campi ed anche a governare la propria vita…