Casolla, il
nostro paese.
La più bella
delle gemme che incoronano la città di Caserta
Casolla è
una delle ventitré frazioni che compongono il comune
di Caserta.
La più bella e più amata
definizione di Casolla
è stata data nel
1911 dal filosofo napoletano don
Enrichetto Ruta. Questi nel suo libro
“Visioni
di oriente e di occidente” così parlava di
Casolla:
“E’
una borgatuccia di qualche migliaio di anime, fa parte
della trentina di borghi che sono incorporati nel comune
di Caserta;
per meglio dire è una delle gemme che incoronano la città;
a mente degli indigeni è la più bella, sorge a ridosso di
quegli ameni Colli
Tifatini,
dall’alto dei quali l’apparita della
Campania
Felix si
vede spiegare sotto il cielo, profonda come un manto
sterminato intessuto di tutti i colori della terra e delle
acque; tramata di tutti i sogni e i portenti, sbattimento
di tutta la gioia della vita”.
Definizione più bella e, nel
contempo, veritiera non poteva essere data. Grazie, quindi,
a don
Enrichetto Ruta, che, tra l’altro soggiornò
per lungo tempo nella casa gentilizia della famiglia
dei D’Errico
(di cui a
Casolla
non resta alcuno
suo membro) e che ebbe anche a stuzzicare la pazienza dei
casollesi, se è vero che una notte dovette scappare per non
poter più rimettervi piede.
Casolla
è da tutti nota sia
come “il
paese dei pazzi” sia come “il
paese dove dopo mezzogiorno non si ragiona
più”.
Perché questi due detti?
Semplice: il primo è forse
riferito al fatto che anticamente Casolla
sia stata la sede
di un nosocomio, che, forse, era ubicato
nell’Abbazia di
San Pietro ad Montes (del resto durante il Periodo
Fascista va ricordato che proprio l’Abbazia svolgeva
funzione di colonia estiva per i bambini della zona oltre
che centro antitubercolare), o forse al fatto che lo
spirito casollese dei tempi andati era più che abbastanza
uno spirito scanzonato, che non andava tanto per il sottile
e che quando si era/è armati della Verità non si guardava
in faccia a nessuno. Il secondo al fatto che fino a pochi
decenni fa (in realtà fino ai primi degli anni
Cinquanta) Casolla
poteva offrire
svariate cantine, dove si poteva bere uno squisito
bicchiere di vino, tanto che gli avventori provenivano
anche dai paesi limitrofi, avendo in tal modo numerosi e
fedelissimi seguaci di Bacco.
Senza ombra di dubbio va detto
che Casolla
è anche la più
antica delle frazioni di Caserta.
Ciò è testimoniato oltre che dall’etimologia del nome, che
significa “qualche
casa”
(da “casa”
e “ulla”),
anche e soprattutto dalla preesistenza del tempio di
Giove
Tifatino,
sui cui resti fu eretta l’Abbazia di
San Pietro ad Montes. A questo proposito giova
sottolineare due importanti coincidenze: il tempio
di Giove
Tifatino era
coevo a quello di Diana
Tifatina di Sant’Angelo
in Formis,
così come l’Abbazia di
San Pietro ad Montes è stata coeva a quella
di Sant’Angelo
in Formis.
Insomma sui due lati dei Colli
Tifatini si
sono verificati due fenomeni religioso-culturali che hanno
avuto modo di esplicarsi negli stessi tempi ed in modi
quasi omogenei.
Ad avvalorare l’antichità
di Casolla
va, pure, ricordato
il ritrovamento di alcuni resti marmorei romani, che sono
ampiamente ricordati da Theodor
Mommsen nella sua monumentale opera
intitolata “Corpus
Inscriptionum Latinarum”. Infatti, tuttora delle stele
funerarie romane adornano l’entrata di un antico palazzo
casollese.
L’antichità di
Casolla
ha poi trovato
espressione concreta anche nel corso dei secoli successivi,
al punto che nel 1751 la sua parrocchia è stata elevata al
rango di Arcipretura.
Un coro ligneo (che l’incuria e la crassa ignoranza degli
uomini hanno quasi distrutto) adorna la chiesa di
San
Lorenzo e
testimonia che Casolla
aveva una notevole
importanza nell’organizzazione ecclesiastica.
Infatti, Casolla
è l’unica frazione
ad avere un bel po’ di chiese. Ne avrebbe qualche altra se
non fosse stato che nel 1976 fu perpetrato un vero e
proprio delitto: la chiesa di Santa Maria a
Cappella in
un battibaleno fu rasa al suolo, in omaggio ai nuovi idoli
dell’auto e della speculazione edilizia. Forse quando la
ruspa incominciò a girovagare per via San Rocco con
l’obbiettivo di distruggere un’opera storica (la chiesetta
è ricordata nella Bolla di Sennete del 1113), occorreva che
si parasse davanti alla chiesetta un’anziana donna, così
come si para davanti all’edicola votiva quella donnetta che
porta i fiori alla Madonna in un noto film che rappresenta
Peppone e Don Camillo, tratto dal paragrafo “il muraglione”
del libro “Don Camillo e il suo gregge” del grande e libero
scrittore Giovannino
Guareschi.
Si racconta che in questa chiesa sia passato il
cardinale Orsini
mentre da Benevento
andava a Roma
per
diventare Papa
Benedetto XIII (di questo passaggio c’è, del
resto, memoria epigrafica sulle mura del campanile
di Casertavecchia).
Purtroppo, l’incultura e l’ingordigia possono più della
cultura e della storia!
Per quanto riguarda l’edilizia
laico-privata va annoverato lo splendido palazzo dei
marchesi Cocozza di
Montanara,
che fu teatro di fatti d’arme durante la
“conquista
del Sud” del 1860. Infatti, nei
dintorni si combatté aspramente contro gli invasori
garibaldini. A spalleggiare i casollesi, fedeli al
Re
Franceschiello, accorsero anche altri
borbonici dai paesi limitrofi di Piedimonte di
Casolla, Santa
Barbara, Tuoro,
Mezzano.
Gli insorti assaltarono il palazzo marchionale alla ricerca
di beni di prima necessità. Ne nacque un aspro scontro con
gli invasori garibaldino-piemontesi, che si concluse con
l’incendio del palazzo.
Nel settembre del 1970 nel
palazzo marchionale, invece, furono girate svariate scene
del film “Decameron”
di Pier Paolo
Pasolini,
che, evidentemente, aveva una profonda cultura e conoscenza
dei luoghi visto che altre scene furono girate anche
a Piedimonte di
Casolla ed
a Casertavecchia.
Va, inoltre, ricordato un
elemento architettonico unico: la casa a
collèra. Si
tratta di edifici alti e sfinestrati che fino alla metà del
Novecento erano essenziali nella produzione della colla.
Negli ultimi venti anni, in
virtù dell’espansione edilizia che ha interessato l’intero
territorio comunale, Casolla
si è attaccata alla
frazione-capoluogo Caserta,
senza più alcuna soluzione di continuità. Via
Michele
Ruta, che
collega Casolla
con
Caserta,
è, oramai,
una delle più lunghe e frequentate vie del comune di
Caserta.
Tutto ciò ha anche comportato
un aumento demografico, dopo che negli anni del dopoguerra,
come tutti i paesi, la borgata di Casolla aveva subito un
lento ma progressivo depauperamento, contando circa 1.500
abitanti tra il 1975-80. Con l’aumento demografico si è
avuto anche un aumento di svariate attività produttive, in
special modo nel settore della commercializzazione.
Alla fine di questo brevissimo
e, per ciò stesso, per nulla esaustivo excursus
illustrativo, nel
rimarcare il nostro infinito amore per il nostro paese,
speriamo di avere fatto cosa gradita ai tanti visitatori
telematici - casollesi e non - e, soprattutto, speriamo di
far scoccare in essi il desiderio di venirci a trovare, in
modo che il processo prima di tutela e poi di
rivitalizzazione della nostra memoria storico-culturale
possa sempre più rafforzarsi giorno dopo giorno. Questo
perché qualcuno (John R.R.
Tolkien),
che di identità culturali se ne intendeva, ci ricorda che
“le
radici profonde non gelano”.
Giuseppe Vozza