Piccola storia di Casolla


Il filosofo napoletano Enrico Ruta, che fino al 1911 aveva  qui soggiornato, nel suo libro “Visioni di oriente e di occidente”, edito nel 1924, così scriveva: “Casolla è una borgatuccia di qualche migliaio di anime, fa parte dalla trentina di borghi che sono incorporati al comune di Caserta; per meglio dire, è una delle gemme che incoronano la città; a mente degl’indigeni è la più bella, sorge a ridosso di quegli ameni colli Tifatini, dall'alto dei quali l'apparita della Campania Felix si vede spiegare sotto il cielo, profonda come un manto sterminato intessuto di tutti i colori della terra e delle acque; tramata di tutti i sogni e i portenti, sbattimentata di tutta la gioia della vita”.

Oggi quella “
borgatuccia” descritta dal Ruta si è alquanto estesa.

A questa crescita, però, non è parimenti corrisposta una tutela degli antichi monumenti e delle case gentilizie.

Certamente Casolla vanta una storia molto ricca e lo stesso nome ne è un conferma. Secondo chi scrive il nome Casolla deriva dal1e parole latine “
casa” e “ulla” che significherebbero “qualche casa”. A nostro parere non ha alcun fondamento né la derivazione dalle parole “casa” e “colla”, con cui si vorrebbe esaltare la principale attività economica dei casollesi, vale a dire l’industria della colla, ora scomparsa, né da “casa” e “olla”, dove quest’ultima parola indica un grosso recipiente per olio.

La nostra ipotesi potrebbe trovare fondamento nel fatto che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, la borgata di Casolla è stata oggetto di studio da parte del più grande archeologo e studioso del mondo  romano, il tedesco
Theodor Mommsen, che per l’appunto nella sua monumentale opera, “Corpus inscriptionum latinarum”, riporta le iscrizioni di alcune stele funerarie latine ed anche e soprattutto per l’esistenza del tempio di Giove Tifatino, coevo di quello dedicato a Diana Tifatina di Sant’Angelo in Formis.

Di particolare importanza è la zona denominata Piedimonte, che tuttora, si mantiene integra nella propria struttura urbanistica medievaleggiante, dove si segnalano il Palazzo Alois e la chiesa di San Rufo.

Il Palazzo Alois, tuttora ricco di affreschi, ospitò nel Cinquecento tantissimi intellettuali, tra i tanti il poeta padovano Marcantonio Flaminio e Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa Aurunca, a cui fu dedicato il famoso “Galateo”. Il palazzo degli Alois fu anche centro delle dispute religiose calvinistiche, per cui un Alois, Gian Francesco, detto “il Caserta”, nel 1564 fu giustiziato nella Piazza Mercato di Napoli.

La chiesa di San Rufo, ultramillenaria, perché già citata nella bolla del 1113 del vescovo metropolita di Capua Sennete, è composta di una navata con cappelle laterali riccamente decorate; sul lato sinistro dell’altare vi è una pietra sepolcrale ricordante i coniugi Gian Francesco Alois e Isabella Caracciolo.

Ricordiamo che Piedimonte fu scelto da
Pier Paolo Pasolini per girare varie scene del “Decameron”, che, tra l’altro, fu ambientato anche nel monumentale palazzo dei marchesi Cocozza di Montanara, palazzo che, senza alcun dubbio, è unico nel suo genere architettonico e trovasi anche in buono stato di conservazione.

Ma “il palazzo della marchesa” non è l’unico, anche se è il più bello. Esistono alcuni palazzi che, nonostante l’usura del tempo e, ancor più grave, l’incuria degli uomini, ricordano ancora, anche se larvatamente, i propri antichi splendori, perché sedi di monasteri o perché case di patrizi.

La bolla di
Sennete citava, oltre alla chiesa di San Rufo di Piedimonte, anche quella di San Salvatore, comunemente detta “chiesella ‘e Santa Maria a Cappella”, vandalicamente distrutta nella primavera del 1977 in omaggio ad una futura speculazione edilizia; quella di San Nicola, di cui si è persa la memoria dell’ubicazione, anche se, forse, un labile ricordo è rimasto quando si usa l’espressione casollese “a’ rrete Santu Nicola”, indicante la località che corrisponde alla traversa di via Iannelli denominata via Vincenzo Madonna ed a tutta quell’area su cui è sorto il “Parco Le Botteghelle”; quella di San Lorenzo Martire, la quale, grazie al terremoto del novembre ’80, ha rivelato antichi e preziosi affreschi (forse risalenti al 1500).

Tra le opere d’arte della chiesa di San Lorenzo ricordiamo una tavola lignea rappresentante la “Vergine del Rosario”, contornata da 15 lunette laterali rappresentanti i 15 Misteri del Rosario (si fa risalire al ‘4-‘500); la pala dell’altare che rappresenta la Vergine con San Lorenzo; l’abside è affrescato con motivi ornamentali barocchi con al centro, in un riquadro l’immagine di Dio Creatore; dipinti rappresentanti San Biagio, Sant’Antonio, San Cristoforo, San Francesco; ma fra tutte le opere d’arte si distingue una statua di notevole interesse artistico che va sotto il nome popolare di “Maronna ‘a neve”, che tanto richiama le statue pagane delle Matres Matutae, che si conservano nel Museo Campano di Capua.

Dal 1751, in seguito a Bolla Pontificia, emessa dal papa Benedetto XIV Lambertini, la parrocchia di San Lorenzo Martire acquista il titolo di Chiesa Arcipretale.

Tra i tanti episodi storici casollesi, vogliamo ricordarne uno avvenuto durante la “conquista del Sud” da parte delle truppe savoiarde comandate da Garibaldi.

La sera del 1° ottobre 1860, mentre si annunziava la vittoria delle truppe garibaldine su quelle borboniche, Caserta stava per essere riconquistata dalle colonne dei generali borbonici Perrone e Ruiz, il quale arrivato a Casertavecchia fece innalzare la bandiera sulla torre del castello federiciano.

Gli abitanti di Casolla, Piedimonte, Staturano, Mezzano, Santa Barbara, Tuoro e Garzano al grido di “Viva ’o Rre” andarono ad unirsi alle truppe borboniche. I garibaldini temettero realmente di soccombere e di perdere Caserta, ma fu soltanto un colpo di fortuna che fece capovolgere la situazione a loro favore, perché le truppe borboniche erano ben protette dai Colli Tifatini. Infatti, il 2 ottobre gli stranieri riuscirono a penetrare in Caserta, quella nuova. Negli scontri tra gli audaci assalitori e gli eroici difensori fece la sua brava parte la fortuna, perché un venditore ambulante di nome Vincenzo, già cannoniere dei Borboni, da solo cominciò a far fuoco contro i borbonici, i quali, ignari delle forze combattenti che avevano contro, batterono in ritirata sulle “Colletelle”, ove erano appostate altre forze garibaldine e furono fatti prigionieri.


San Pietro ad Montes


Tra i più rilevanti monumenti storici casollesi, ma, nel contempo, molto trascurato, bisogna segnalare l’abbazia di S. Pietro ad Montes.

L'abbazia sorge sulle rovine del tempio pagano di Giove Tifatino, la cui fondazione si può agevolmente far risalire al III sec. a.C., ovvero allo stesso periodo in cui è sorto l'altro tempio pagano di Diana Titatina, a Sant’Angelo in Formis. I due templi furono tra i più importanti della Campania pagana, testimoniando, in tal modo, anche la raggiunta unità politica e religiosa tra gli italici (oschi ed opici), abitanti della zona, ed i romani.

Questo tempio, come, del resto, tutti i templi pagani, fu trasformato da pagano in cristiano, quando la predicazione della nuova religione raggiunse anche le popolazioni di queste zone. Infatti, il monaco di Briano, Crescenzio Esperti, nelle sue “Memorie istoriche ed ecclesiastiche della città di Caserta”, nel descrivere la chiesa di San Pietro, ci rammenta di una lapide su cui “vi sta scolpito a basso rilievo da tutte tre le facciate Nettuno col Tridente; v’ha un cocchio tirato da bestie marine, dentro vi è una Femina, quale da me si stima Venere: vi sono scolpiti anche i Lacchè, uno dei quali tiene in mano stromento da pescare a guisa di forchiglia; vi è ancora un effigie d’uomo con ali, quale credo sia o Cupido figliuolo di Venere, o la Fama; un altro uomo porta la torcia in mano, altro l’ombrella spiegata dietro al capo: io credo, che questa pietra sia stata trasportata in questo tempio dall'altro tempio che stava non lungi da quello della Venere Giovia”.

Sempre l’Esperti ci spiega anche l'origine del nome di questo monastero. Infatti, San Pietro, essendo sbarcato a Taranto, per raggiungere Roma, percorse la Via Appia. Durante questo viaggio non tralasciava di predicare la nuova religione, “così giunto a Capua - scrive l’Esperti - vi lasciò il discepolo San Prisco [...] onde è probabile che S. Pietro avesse predicato nel nostro distretto dovendo onninamente passare per Galatia [...] e perché S. Prisco predicava nella porta, che da Capua veniva in Caserta, ed in Benevento, certamente più d'un Casertano dovette inbeversi della fede di Cristo, ed anche l’istesso Santo dovette aver l’impegno di inviarvi qualche prete, e ministro Evangelico; onde senza meno la nostra Caserta nel I secolo dell’era Cristiana doveva abbracciare la fede di Giesù Cristo”.

L’abbazia benedettina si deve, però, far risalire al periodo a cavallo tra i secoli XI e XII, tenendo soprattutto nella debita considerazione la disposizione del Concilio romano del 1078, tenutosi sotto il papa San Gregorio VII, con la quale si istituivano scuole di lettere e teologia. I benedettini vi rimasero fino al 1435 quando il papa Eugenio IV ridusse l'abbazia in commenda a favore della famiglia casollese Ladro.

L’abbazia dovette avere una particolare importanza soprattutto verso la fine del XII secolo dato che i suoi abbati parteciparono come testimoni a numerosi e vari atti giuridici. Dopo varie traversie giuridiche le rendite dell’abbazia di San Pietro ad Montes furono assegnate alla chiesa di San Ferdinando della Real Colonia di San Leucio nell'ottobre del 1776. E forse a questo periodo risalgono le incertezze anche sul reale proprietario del complesso, atteso che su questo accampano diritti alcuni enti pubblici. Il convento, che era stato affidato successivamente ai Padri Dottrinari, iniziava a decadere inesorabilmente.

Enrico Laracca-Ronghi, in “Caserta e le sue Reali Delizie”, nel 1898, così scriveva: “nell'antico convento di S. Pietro ad Montes i Padri Dottrinari avevano fondato un istituto religioso, da cui sono usciti uomini di elevata cultura; ora ci sono monaci della stessa regola con pochi alunni religiosi”.

Per un periodo di tempo molto ampio, caratterizzante quasi tutto il Novecento, che non ha visto la presenza di alcun monaco, per oltre un quarto di secolo l’intero complesso è stato gestito dalle Suore Oblate di Gesù, che dovettero abbandonare la struttura verso la fine degli anni Ottanta. Dal settembre del 1994 il complesso ospita un centro di recupero per giovani tossicodipendenti

L’intera chiesa originariamente doveva abbellito da numerosissimi affreschi, di questi ne sono pervenuti a noi solo alcuni, tra l’altro di difficilissima lettura, e quello della lunetta sul portale raffigurante la SS. Vergine col Bambino e con ai lati San Pietro ed un vescovo (forse Sant’Augusto, primo Vescovo di Caserta). L’immagine della Madonna la ritroviamo per ben cinque volte con ai lati sempre figure di Santi. Sull’architrave del portale sono incise le seguenti parole: “Claviger aethereus sub cuius honore dicatur - protegat intrantes custodiat tueatur”.

Giuseppe Vozza