Archeologia
Industriale a Casolla
Il visitatore che si porta a
Casolla, il più prisco tra i paesi della fascia pedemontana
che cingono come una corona la città di Caserta, rimane
colpito, nell’alzare lo sguardo verso la parte più alta
degli edifici, dall’esistenza di ambienti alti e
sfinestrati: si tratta delle famose “còllere” (1), che un
tempo servivano come luogo di essiccazione della colla.
Il Processo
Produttivo
Cerchiamo di descrivere in che
cosa consisteva questa produzione della colla. I
fabbricanti di colla si rifornivano di prodotti animali,
quali pelli, tendini, cartilagini, ecc. Questi prodotti
venivano messi in grossi recipienti e sottoposti ad
ebollizione più o meno prolungata con acqua. Infatti in
questi prodotti sono presenti sostanze contenenti
scleroproteine dette collagéne, le quali riscaldate con
acqua si trasformano in prodotti solubili in acqua,
formando soluzioni colloidali, che a freddo solidificano
producendo le colle e la gelatina.
L’attività che si esercitava a
Casolla, come ci riferisce dettagliatamente una nostra
informatrice, privilegiava come prodotti primi i carnicci
ed i ritagli di pelle, di cui ci si riforniva presso le
concerie di Solofra, di Napoli, di Bari e della Sicilia.
Dopo aver eliminato i grassi e tutto ciò che non era
collagene, il residuo, ben pulito con la calce, si faceva
bollire in acqua.
Addirittura per le qualità migliori il riscaldamento veniva
effettuato a vapore. A tale proposito la nostra
informatrice ci racconta che anticamente si usava una
caldaia di rame che era pasta sopra una grossa fornace, in
un secondo momento, e siamo quasi ai nostri giorni, cioè
una quarantina d’anni fa, tutti i fabbricanti di colla
adottarono una caldaia a doppio fondo con l’acqua che
circolava nell’intercapedine, la quale permetteva tempi più
brevi di lavorazione.
Il brodo concentrato nel vuoto,
imbianchito, chiarificato, veniva posto in contenitori
detti “sturielli” (fatti di giunchi, di sparto, cioè fatti
come le stuoie) con i quali si faceva filtrare. Il brodo
filtrato andava a finire nelle “matrelle” (piccole madie),
dopo di che si pressava. Avuta una certa compattezza si
tagliava a fette con una speciale macchina (ma anticamente
anche questa operazione era fatta a mano), dopo di che
veniva portato sulle “collère” e disposto su tavole di
legno per dare inizio all’ultimo stadio del processo
produttivo: l’essiccazione.
Pertanto, quanto più alte e sfinestrate erano le “collère”,
tanto più si accelerava il processo di essiccazione. La
nostra informatrice ci dice che durante il periodo
strettamente invernale occorrevano circa 5-6 giorni per
l’essiccazione della colla. Quando il tempo era scirocco
addirittura ne occorrevano una ventina, pregiudicando in
tal modo tutta l’attività industriale, perché, invero, non
si poteva incominciare a lavorare una nuova partita di
“carniccione”, se la “collèra” era ancora occupata.
Terminata l’essiccazione, la colla era pronta per essere
immessa sul mercato. Posta in cassette di legno, veniva
trasportata con idonei carri presso falegnamerie,
colorifici, cartiere ed altri opifici, specialmente del
Napoletano.
Condizioni di
Lavoro
Dai documenti consultati non
c’è la minima menzione sulle condizioni di lavoro degli
occupati del settore, ma possiamo ben dire che erano
animalesche o quasi. Se si considera quel fetore
pestilenziale con cui bisognava convivere durante il
lavoro, se si considera che fino agli ultimi giorni di
questa attività industriale si lavorava per più di 14 ore,
iniziando la giornata 1avorativa alle 3 di notte e
prolungandosi fin alle 5 del pomeriggio, si deduce che le
condizioni di lavoro degli operai del settore, erano comuni
a quelle di alti massacranti lavori. E questo lavoro,
fetido e massacrante, iniziava ad ottobre e si protraeva
fino agli inizi di giugno, ovvero si registra una stagione
lavorativa di gran lunga più ampia di quella stabilita nel
lontano 1752 dal Re.
Fine
dell’Avventura Colla
Ma come si era mantenuta
statica per le condizioni di lavoro, parimenti l’industria
della colla non aveva adottato alcuno strumento nuovo per
il processo lavorativo. La caldaia con intercapedine, la
macchina tagliatrice, erano ben poca cosa rispetto ad una
impellente ristrutturazione del settore. Non fu introdotta
nessuna nuova tecnica, nessun nuovo modo di confezionare il
prodotto e nessun nuovo modo di distribuirlo.
Allora quelli intrapresi erano solo dei timidi tentativi,
che nulla avevano a che vedere con una vera e propria
capacità gestionale; ma, forse, più dì tutto, mancò la
volontà di procedere ad una ristrutturazione, con
conseguente costituzione di un consorzio per meglio
affrontare il mutato mercato. Queste cause interne ed altre
esterne, come la presenza, sempre più massiccia, sul
mercato di prodotti colloidali di derivazione chimica,
specialmente ad opera dei grandi gruppi industriali
tedeschi, nonché ad una totale assenza di tessuto
industriale nel nostro Sud, portarono ben presto a scrivere
la parola “fine” sulla produzione della colla a Casolla,
che per tanti, per tantissimi anni si era posto come attivo
centro contraddistinto da un’attività che andava ben al di
là dei ristretti margini, come capitava altrove, della
coltivazione dei campi.
1763: La
Colla in Tribunale
Molti si sono chiesti a quando
risale l’industria della colla a Casolla. Va subito detto
che i documenti storici finora consultati, permettono di
far ascrivere, con la massima certezza, agli inizi del
Settecento i podromi di questa attività industriale.
Infatti nel 1763 alcuni fabbricanti di colla di S. Prisco
avanzano un esposto al Re perché “Donato Iannotta in
Casapulla, Domenico Scialla in Casanova ed in Casolla
Nicola Cutillo volevano mettere una fabbrica di colla che
poteva cagionare cattiva aria a codesto Real sito” (2),
cioè il nascente Palazzo Reale.
Il Cutillo, però, subito fa
opposizione ed espone come “detti Naturali dì S. Prisco - a
loro volta - furono accusati che le fabbriche di colla che
tenevano ivi, che producevano cattiva aria che fu
riconosciuto dalli medici d. Francesco Buonocore e d.
Francesco Marzano, e fecero presente al Real Trono che non
sia ciò vero ma che ivi non sene aprissero più fabbriche,
né fu il supplicante (è il Cutillo che parla) compreso in
quel ricorso né il luogo di Casolla”. Fatta questa premessa
il buon Nicola Cutillo passa al contrattacco smascherando i
reali intendimenti dei sampriscani: eliminare un sagace
concorrente ed avere in tal modo il monopolio della
produzione della colla, per poter stabilire i prezzi senza
confrontarsi con le leggi di mercato.
Il Cutillo continua, infatti,
scrivendo che “il detto odierno ricorso è erroneo ed
astioso atteso che il supplicante fa il mestiere della
colla in Casolla da anni trentasei, come si osserva da
annesso documento, né tampoco tal fabbrica di Casolla per
sì lunga serie di anni ha portato nocumento all’aria, né
incommodo a vicini, per essere una semplice fabbrica, e si
fa nelli tre mesi di inverno, cioé dicembre, gennaio e
febbraio e non in altri tempi. Se in S. Prisco per
consiglio di sì valenti periti vene poteano stare tre
fabbriche senza pericolo, molto più in Casolla vene puote
stare una che per esperienza di tanti anni non ha portato
nocumento all’aria né al Paese molto più che sta sopra
d’una montagna onde vedesi sia pertamente tal ricorso
essere animoso e senza interesse, atteso essi sampriscani
vorrebbero - in tal modo - essere soli in tal mestiere per
vendere colla a caro prezzo e defraudare anche il Regio
erario atteso per detta colla sene paga il dazio di carlini
due per ogni cantajo (3) che si intromette in Napoli”.
Il 28 settembre 1764 si procede all’assunzione delle
testimonianze nonché si effettua un sopralluogo nella casa
del Cutillo.
A favore di questi, pertanto, testimoniano “Angelo Piccolo,
Giovanni Conte, Andrea dell’Aquila, della villa di S.
Barbara, Alessio Petrolino, Domenico Gentile, Michele
Fusco, Andrea Vanore, Francesco Ferraiuolo, Lorenzo
Brancaccio, Michele Vanore, della villa di Casolla li quali
attestano in giuramento... come essi sanno benissimo che
Nicola Cutillo di Casolla, bene have fatto e fa il mestiere
della colla di carniccia, in detta villa di S. Barbara, e
in detta villa di Casolla, da circa anni trentasei, che
detto Nicola Cutillo andava in casa in affitto che sono
delli signori dei Palozzi sito in Casolla e che le davano a
spandere e a seccare nel granale dell’Il1.mo Marchese di
Montanara per circa tre mesi all’anno”. Tutti i testimoni
affermano che l’attività industriale del Cutillo non arreca
loro alcun pregiudizio. Gli organi statuali si accertano
che l’esposto dei sampriscani non ha alcun fondamento e
Nicola Cutillo può continuare la sua laboriosa attività.
Ma al di là del caso in
oggetto, la produzione della colla comunque doveva arrecare
degli “incommodi” agli altri abitanti dei paesi che ne
registravano la sua presenza, se è vero come è vero che un
Dispaccio Reale del 18 marzo 1752 (4) stabilì che la
produzione della colla doveva tenersi esclusivamente nei
mesi di gennaio, febbraio e marzo. Infatti, solo nei mesi
più freddi poteva essere attutito il fetore del
“carniccione”.
Va
ricordato che nel dopoguerra i fabbricanti di colla, in
seguito a varie denunce, aventi tutte per oggetto il fetore
che promanava dagli stabilimenti, furono costretti ad
interrompere per un certo periodo la produzione. Ma ancora
una volta ne uscirono vittoriosi, anche se dovettero
procedere a degli adeguamenti: come il costruire la rete
fognaria, a proprie spese, dal sito della fabbrica alla
fognatura principale del paese, per evitare in modo
definitivo che l’acqua, usata per il lavaggio delle pelli
colasse a cielo aperto per le vie del paese.
Le
“Collère”ed i Proverbi
Riguardo alle “collère” è bene
ricordare che, la scelta di inserirle nella parte più alta
delle costruzioni, rispendeva non soltanto a delle esigenze
produttive , ovvero rendere quanto
più
breve possibile l’ultimo stadio, cioè l’essiccazione, ma
anche e soprattutto a delle insopprimibili esigenze
dell’olfatto. Invero, il “carniccione” emanava un olezzo
insopportabile per cui le collere erano anche il luogo più
agevole per disperdere que1 fetore senza alcun nocumento
per gli abitanti della borgata, o perlomeno limitare di
gran molto queste immissioni.
Questo
fetore era così insopportabile che ancora oggi a Casolla
quando si parla di cosa fetida, si dice con la massima
naturalezza che “puzza comme ‘o carniccione” , oppure
parlando di persona maliziosa metaforicamente si dice che
“puzza peggio d”o carniccione”. A giusta ragione Casolla
può vantare la proprietà assoluta di questi modi di dire,
nonché di altri ad essi logicamente collegabili.
Emergenze
Urbanistiche ed Archeologia Industriale
Ma è ancora più vero che la
colla fa parte del patrimonio storico e culturale di
Casolla, perché se da un lato le “collère” sono delle vere
e proprie emergenze architettoniche, dall’altro
costituiscono degli elementi portanti dell’archeologia
industriale casertana. Allora il problema è che non occorre
più parlarne, ma darsi da fare per passare per l’appunto
alle opere concrete, perché altrimenti della decina di
“collère” che ancora insistono in Casolla (a tale proposito
è bene ricordare che anche Puccianiello registra la
presenza di una “collèra”) tra qualche anno avremo solo il
ricordo mnemonico, o tutt’al più fotografico, perché non
solo alcune di esse gi sono state trasformate in ameni
appartamenti, perdendo quei caratteri specifici di unicità
e tipicità, ma si rischia di perdere tutta quella parte di
elementi essenziali del processo paleo-industriale della
zona, che se unito a quello della seta di S. Leucio e zone
limitrofe, sono gli unici esempi storici dell’industria
casertana.
Conclusioni
Lo scopo della presentazione
dello studio in oggetto è quello di cercare di far nascere
in ognuno di noi l’interesse, l’amore, la passione, verso
tutto ciò che è storicamente nostro. Solo se noi riusciamo
a conoscere, riusciamo ad apprezzare ciò che ci circonda e,
consequenzialmente, a salvaguardare la nostra memoria
storica, non solo, ma anche e soprattutto a valorizzare il
nostro patrimonio culturale, nell’accezione più ampia del
termine, che al di là del fatto transeunte e soggettivo
della notorietà, è pur sempre un qualcosa di unico e di
irripetibile e, per ciò stesso, insostituibile . Nel
momento in cui riusciamo a far conoscere e capire ciò che
abbiamo, possiamo senz’altro affermare la pretesa per una
efficace presenza culturale tra i nostri beni culturali e
per i beni culturali, prospettando una diversa e duratura
concezione del mondo e della vita.
Note:
I ) Si preferisce usare li termine “collèra” in quanto
specifico del patrimonio culturale locale. Il termine
“colliera” usato da altri studiosi, sembra una forzatura.
Il “Vocabolario della Lingua Italiana” edito dalla
“Enciclopedia Italiana”, cioè la Treccani, infatti, non ne
fa alcuna menzione.
2) Archivio Reggia di Caserta, Dispacci e Relazione, vol.
1556, torno II, fasc. 232.
3 ) Il “cantajo” è un’unità di peso. Corrisponde a Kg.
89,099.
4) Arch. Reggia, ibidem.
Giuseppe
Vozza